Messaggio #2 della Pagina da Avery » 10/02/2015, 18:06
Quando Avery si svegliò per poco non gli venne un accidente. Qualcosa non era andato proprio per il verso giusto durante l’avventura sulla nave della marina, ma almeno non erano morti, non ancora. Il suo viso dai tratti nobili e belli fu accarezzato dalla luce dell’alba come se i raggi del sole fossero state le dita delicate di un’amante. Cacò e si pulì le piratesche chiappe con i vestiti di Brando. Poi si accasciò accanto a ciascuno dei propri compagni, scuotendoli con la chiara intenzione di svegliarli.
Dove diamine avevano sbagliato? Avevano davvero sbagliato? Forse il destino era l’unico responsabile da biasimare, perché era il destino che li aveva costretti ad abbandonare la Swordfish; il destino li aveva tenuti chiusi come topi di sentina per un tempo che ad Avery era sembrato eterno a perdere tempo in direzone di una meta che si sarebbe rivelata solo una bugia ed era sempre colpa – o almeno responsabilità – del destino se chissà come cazzo erano finiti dalla padella alla brace. I marines sapevano chi erano. Come era possibile? Si domandò Avery mentre brancolava come un cieco verso la luce del sole. Li preferivano vivi, piuttosto che morti. Perché avrebbero potuto ammazzarli, ma non l’avevano fatto.
E mentre il suo sguardo nero come la morte abbracciava le dolci linee dell’orizzonte e delle verdi colline, ebbe come uno spiacevole presagio, la sensazione che lui la sua Swordfish non l’avrebbe mai più rivista. Così nel tornare a rivestire i panni di James Byron Dean Avery, Capitano della Swordfish e Cavaliere di Ventura, trovò una scheggia di legno che teneva in una tasca e che era stata forse il primo vero gesto d’amore per quel mucchio confuso di legname, stoffa e sartie, che ormai faceva parte del suo nome e della sua identità così come gli organi vitali facevano parte di lui e lo qualificavano come essere umano e persona vivente.
Quella scheggia gli era entrata in un dito e lo aveva fatto sanguinare, la prima volta che aveva toccato il timone della Swordfish. Avery capì subito che era amore. Perché indipendentemente da tutto quello che gli anni gli avevano insegnato a dimenticare, c’era qualcosa di molto semplice che egli rammentava, una verità elementare e imprescindibile, ovvero che l’amore è sacrificio, l’amore è sofferenza; e lui l’amore con la Swordfish l’aveva battezzato nel sangue dal primo momento in cui le aveva messo gli occhi addosso.
Perché era la Swordfish il personaggio principale delle avventure sue e dei suoi compagni, ed era stata per molti anni il loro compagno di sogni, racconti e avventure. Era arrivata nelle loro vite proprio quando avevano bisogno di compiere la traversata della Reverse Mountain, e con il tempo era diventata molto di più della loro nave: si era trasformata in una nuova compagna, in un’amata compagna dalla pancia di legno e dalle fusa con lo stesso suono della risacca.
Avery amava quella nave e in nome di quell’amore radunò ogni briciolo del proprio coraggio per incontrare i suoi compagni e parlargli di come andare avanti. Parlare dell’abbandono e del distacco a loro che erano la sua ragione di vita. A loro, così immensi, così puri, così indomiti, così fiduciosi, così nobili, così generosi. Aveva lottato con le parole cercando quelle più adeguate per spiegare loro due terribili verità.
La prima era che la Swordfish, per una legge che non avevano inventato loro, ma che avrebbero dovuto comunque accettare anche a spese del loro orgoglio, non sarebbe comunque mai arrivata a Raftel tutta intera e prima o poi avrebbe navigato nelle acque infestate dello Stige, come tutto e come tutti, tranne Avery ovviamente. La seconda era che dipendeva da loro evitargli una fine patetica e priva di significato, perché amare significa non soltanto stare insieme all’essere amato, ma anche salvaguardare la sua dignità.
Avery sapeva che il rimpianto e il dolore negli occhi dei suoi fratelli lo avrebbero accompagnato per tutta la vita. Come si sentì disgraziato, debole, davanti alla propria mancanza di difese. Come si sentì miserabile davanti all’impossibilità di condividere la loro giusta ira, il loro rifiuto, il loro canto alla vita, le loro imprecazioni contro un Dio che per loro e solo per loro avrebbe trovato in me un credente, e anche davanti all’impossibilità di condividere le loro speranze, invocate con tutta la purezza degli uomini nel loro momento migliore.
La morale è un attributo o un’invenzione dell’umanità? Come poteva James Byorn Dean Avery spiegare ai propri compagni e a sé stesso che aveva il dovere di salvaguardare la dignità e l’integrità di quell’esploratrice di mari, di quell’avventuriera di isole perdute nella nebbia e negli uragani, terrore di caravelle e galeoni, scalatrice di montagne, amante di approdi al chiaro di luna, eterna abitante delle loro conversazioni e dei loro sogni?
Come poteva spiegare che ci sono circostanze che hanno bisogno del coraggio e della devozione di un fratello, mentre altre hanno solo bisogno del cinico abbandono che opererebbe un mercenario? E come rispondere al drastico "perché proprio lei"? Già, perché proprio lei?
La loro compagna di traversate in Rotta Maggiore. Che nave!, mormorava la gente quando la vedeva mordere le onde al largo delle rare isole di quei luoghi infami. Perché proprio lei? Che ci aveva portati sani e salvi a terra dopo la tempesta a largo di Little Garden. La nostra compagna, che con le cime anche leggermente cazzate sfrecciava verso l’orizzonte, forse felice all’idea di intraprendere una nuova entusiasmante avventura. Perché proprio lei? A cosa serviva aver percorso tanta strada, se Avery non sapeva rispondere nemmeno a questa banale domanda?
Avevano parlato, abbracciando la nave con la memoria e nella memoria lei ascoltava con un rollio leggerissimo, confidando in noi, come sempre. Ogni parola spezzata dal pianto cadeva sulla tolda perfettamente pulita. L’avevano accarezzata confermandole che sarebbe stata con noi fino alla morte, fino a Raftel, finché Avery non fosse diventato il Re e gli altri i padroni del mondo, spiegandole che proprio l’amore ci portava alla più dolorosa delle decisioni: andare avanti senza di lei.
Allora Avery mormorò di sì, per rimettere insieme i pezzi e alimentare il fuoco della speranza, che avrebbe fatto veleggiare la Swordfish in un mare senza ghiacci e con uragani gentili, con grandi distese soleggiate e ancoraggi ben riparati. Dalle profondità di uno di quegli orizzonti la Swordfish li avrebbe avvistati per ricordargli che lei non li avrebbe mai, mai dimenticati.
Adesso Avery si era alzato in piedi e sentiva forte il profumo del mare. In lontananza gli sembrò di sentire un rollio familiare e immaginò la sua bandiera nera garrire intrepida al vento. Accarezzò quella bandiera col pensiero con dita impotenti, piene di tristezza. Era stata testimone di così tante conquiste. Insieme a lei aveva assaggiato il sapore amaro della sconfitta e pagato il caro prezzo della vittoria.
Avery aveva diviso con lei la solitudine e il vuoto che arrivano dopo aver messo la parola fine a un’avventura. Le aveva raccontato i propri dubbi e narrato delle poesie che un giorno, dopo essere arrivato su Rafte, avrebbe voluto comporre.
Swordfish.
Domani, per amore, avrebbero perso la migliore delle compagne.
La Swordfish riposava ormai sul fondo dell’oceano, ma il suo ricordo non era perduto. Su quell’isola misteriosa, incisa su una spada piantata nel terreno, gli avventori avrebbero potuto leggere:
Swordfish.
La nave che fu dei Pirati di Avery.
Marinaio, qui giace il più nobile dei vascelli. Ascolta il suo ruggito.
Hai sentito ogni sorta di racconti sul Re, ormai... Ma reano tutte falsità. Il Re sei tu.AVERYLo spirto guerrier che ogni cosa distrugge.